venerdì 17 giugno 2016

CITAZIONE 059 (rubrica)





Ho le tasche vuote come le persone,

ho le tasche piene ed ho come l'impressione che

lei ancora mi vuole ma, siamo luna e sole,

la mia musica vola ma se la spegni muore.

La mia penna dipinge con un solo colore

e di nero si tinge ogni storia che muore.

Siamo morti io e te, ti ricordi o no?

Sei più forte di me, o forse no.

Non scordarti di me, siamo morti insieme,

io ho qualcosa di te, tu hai qualcosa di me che m'appartiene,

questo mondo lo so, non c'ha voluto bene,

non scordarti però che anche se non ci sto.


Ricordati di me, siamo morti insieme,

io ho qualcosa di te, tu hai qualcosa di me che m'appartiene,

questo mondo lo so non c'ha voluto bene,

non scordarti però che anche se non ci sto, siamo morti insieme.


Pioggia nelle pupille e liquore nel frigo,

puoi trovartene mille con il cuore nel frigo,

e alle volte per essere buoni non basta neanche essere forti,

come noi che per essere buoni, dobbiamo essere morti.

Non scordarti di me, siamo morti insieme,

io ho qualcosa di te, tu hai qualcosa di me che m'appartiene,

questo mondo lo so, non c'ha voluto bene,

non scordarti però che anche se non ci sto.


Ricordati di me, siamo morti insieme,

io ho qualcosa di te, tu hai qualcosa di me che m'appartiene,

questo mondo lo so non c'ha voluto bene,

non scordarti però che anche se non ci sto, siamo morti insieme.


Non importa io dove sarò, né tu dove sarai,

i miei angoli bui non finiscono mai,

i tuoi angoli bui li conosco lo sai,

ti dimenticherò, mi dimenticherai.

Ricordati di me, siamo morti insieme,

io ho qualcosa di te, tu hai qualcosa di me che m'appartiene,

questo mondo lo so non c'ha voluto bene,

non scordarti però che anche se non ci sto.

Ricordati di me, siamo morti insieme,

io ho qualcosa di te, tu hai qualcosa di me che m'appartiene,

questo mondo lo so non c'ha voluto bene,

non scordarti però che anche se non ci sto, siamo morti insieme.


Cantante: Coez

(dalla rubrica: Citarsi è un po' deprimersi)

mercoledì 8 giugno 2016

CHISSÀ POI PER QUANTO TEMPO... (3 di 3)



Chissà poi per quanto tempo aspetterai altre colonne sonori.
Chissà poi se ti senti meglio dopo aver parlato e aver fatto capire il tuo inossidabile punto di vista. 
Chissà cosa te ne farai della ragione che ti dà la cricca di amici e amiche.
Chissà poi dove infili tutte quelle emozioni, dove le accantoni; chissà se c'è spazio anche per me in quella tasca.
Chissà se alzerai ancora la voce durante una discussione, o se andrai via da casa in silenzio.
Chissà se ripeterai ancora e ancora di aver perso, come se tutto fosse una partita; che tra l'altro proprio non è.
Chissà se ragionerei ancora a stagioni.
Chissà se ti aspetterai sempre qualcosa da lei, che magari non arriverà; e se proverai dispiacere, oppure se il malumore scivolerà a lato - senza densità.
Chissà quando la smetterai di dire "La smetto".
Chissà poi cosa te ne fai di tutti quei ritorni.
Chissà se diminuiranno le birre settimanali, e il fumo.
Chissà se la fragilità è poi davvero un pregio.
Chissà se starò meglio senza sbalzi d'umore, o se li cercherò come se fossi in astinenza.

Chissà tutti questi stralci in quali scatole verranno sistemati. 
E con quale cura. 
E se poi verranno buttati, omessi e messi sotto al letto. 
E magari anche dimenticati, come parte di un percorso giunto all'ultima tappa.
Oppure no.


venerdì 3 giugno 2016

IL MATTINO DOPO (rubrica)



Il mattino dopo mi sono alzato in uno stato incredibile di elettricità, dopo una notte passata a girarmi e rigirarmi nel letto con la testa piena di immagini di Misia che mi arrivavano a scatti: lei a dieci metri dai suoi amici nella cantina, lei a pochi centimetri nella mia macchina, lei che scompariva dentro il suo portone, lei che parlava, lei che sorrideva.
Mi sono lavato la faccia con acqua fredda, rasato molto prima del solito, vestito con tutta l'attenzione che mi veniva, eppure non riuscivo a smettere di pensare a lei. 
Era una specie di interferenza sistematica: il suo modo di girare la testa inclinandola un poco, la piega delle sue labbra mentre parlava, i suoi occhi chiari visti da vicino; il suono della sua voce, la naturalezza lunare nel suo modo di fare, l'aura della sua persona, la tensione intelligente e ostinata del suo profilo. 
Mi sentivo come uno che si vede trasformare il paesaggio intorno da un secondo all'altro: nuove specie di animali e fiori e piante ovunque giri lo sguardo, nuovi profumi nell'aria, nuovi venti e nuove temperature, possibilità inesplorate ai suoi movimenti.
Ma ci ho messo due ore prima di telefonarle, perché avevo paura che fosse troppo presto e non volevo sembrarle incalzante o importuno: andavo fino al telefono e mettevo la mano sulla cornetta, pensavo a una frase da dirle e subito mi sembrava inutile, finta, infantile, non-spiritosa.

Non ha risposto la voce di Misia: una voce di uomo ha detto "Sì?".
Ma prima di realizzarlo io avevo già detto "CiaosonoLiviotiricordiierisera?", una frase così preparata e ripreparata e compressa da venire fuori in un istante per conto suo, nel modo meno distinguibile al mondo.


tratto da: Di noi tre (A. De Carlo)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri) 

venerdì 27 maggio 2016

I COLPI DI CODA




I colpi di coda,
già chissà i colpi di coda.

E la frase evidenziata e quella omessa,
e la battuta fuori luogo e quella che fa ancora ridere,
e il parco e le panchine con un titolo,
e le patatine triangolari e i panini senza maionese,
e la pizza alta buona e quella meno buona,
e i film con Battiston e il pub chiuso per gli altri,
gli orecchini rotti e i Luppoli,
Alta Fedeltà, la top 5 che diventava top 10,
e le scarpe mai slacciate e quelle senza tacco,
e il linoleum e le sedie pieghevoli,
i tappi e i rotoli e i buoni propositi,
i libri prestati di scrittori conosciuti e di quelli che ancora no,
e le uova grandi e quelle più piccine,
e "Mi aspettavo che..." e "Quindi..."
e i cibi scaduti e quelli divorati,
e le camminate al freddo e quelle da sbottonarsi le giacche,
e le gelosie e i complimenti sparsi ovunque,
e i puzzle e i fazzoletti per l'allergia,
i caffè non finiti e i cucchiaini,
le fughe e gli incastri,
le tende e i volantini di teatro,
il sentire freddo e le bolle,
i giorni pari che si trasformavano in dispari,
le aperture e chiusure,
e i post-it e fiori vecchi di un giorno,
le foto mancanti e quelle venute male,
i pianti e le lacrime,
i sorrisi e le risate,
le settimane di nulla e i giorni di tutto,
le onde e le passanti.

Hai mai visto in faccia un colpo di coda?
Io sì, l'ho appena visto; adesso.
Non vorrei che tu fossi al mio posto, mi piace pensare che tu stia passando nottate migliori delle  mie.


L. Lama

venerdì 20 maggio 2016

CITAZIONE 058 (rubrica)





La pioggia scende fredda e su di te,
Pesaro è una donna intelligente,
forse è vero ti eri fatta trasparente
ma non ci cascherai mai.

E non mi importa se non mi ami più
e non mi importa se non mi vuoi bene,
dovrò soltanto reimparare a camminare,
dovrò soltanto reimparare a camminare
se non ci sei tu.

Raggiungermi è un orgasmo da provare,
ricordami le olive sono buone,
mi prenderò un gelato con il tuo sapore,
ti spaccherò la faccia se non mi dai il cuore.

Ma non mi importa se non mi ami più
e non mi importa se non mi vuoi bene,
dovrò soltanto reimparare a camminare,
dovrò soltanto reimparare a camminare
se non ci sei tu.

E allora dimmi che cosa mi manchi a fare,
ti prego dimmi che cosa mi manchi a fare,
tanto mi mancheresti lo stesso, che cosa mi manchi a fare,
ti prego dimmi.
Ma io ti dichiaro dentro una TV
che io da te non ho voluto amore,
volevo solo scomparire in un abbraccio,
volevo solo scomparire in un abbraccio,
confondermi con te.

E non mi importa se non mi ami più
e non mi importa se non mi vuoi bene,
dovrò soltanto reimparare a camminare,
dovrò soltanto reimparare a camminare
se non ci sei tu.


cantante: Calcutta

(dalla rubrica: Citarsi è un po' deprimersi)



mercoledì 11 maggio 2016

AVEVI RAGIONE, DEVO AMMETTERLO

Avevi ragione, devo ammetterlo; stavolta tocca a me: avevi ragione.
Qualcosa si è rotto quando mi hai detto che quella sera non eri sola coi tuoi pensieri, ma in dolce compagnia con Mr. Ascoltosoloibaustelle.
Ebbene, cercherò di non fare come al solito e di essere il meno sarcastico possibile. Promesso.

Dunque, se nella stessa settimana tu mi tradisci, e poi hai un'illuminazione di amore eterno verso di me; io bellezza, ti ringrazio, ma permettimi di cercare il freno a mano e tirarlo come se non ci fosse un domani.
Ripeto qualora leggessi di fretta e saltassi qualche riga: se nella stessa settimana mi dici tihotradito e poi mi chiedi di "sposarti"; io bellezza, magari non compro le fedi nuziali.  Sai com'è. Mi capirai, credo.
Ecco, diciamo che tutte queste informazioni, in meno di sette giorni, mi lasciano come dire, un pochino spiazzato e atterrito. Oh, colpa mia bellezza; senza sarcasmo.
Cazzo, io stavo ancora cercando di ricomporre il cuore in frantumi per colpa di Mr. Baustelledistocazzo e tu corri a mille verso nuovi orizzonti celesti e vacanze in famiglia.
Ehi ehi, cazzo, ma non l'hai trovato un amico o un'amica che ti dicesse: Oh! Ma allora! Cazzofai?!
Tutto in una settimana.
Manco nelle colonie estive per adolescenti accadono così tanti fatti in sette cazzutissimi giorni. Ripeto: in meno di sette cazzutissimi giorni.

Poi, oh bellezza, ci sta tutto e ognuno va secondo la velocità che crede; ci mancherebbe altro. Nessun sarcasmo.
Ma sai che c'è?
Adesso te lo dico.
C'è che avresti dovuto stare lì di fianco a me, e aiutarmi a ricomporre i cocci del mio muscolo cardiaco, e prenderti cura di qualcosa che si era rotto.
E non pressare, e passare oltre facendo una giravolta.
Certo, ho capito che subito dopo esserti asciugata le labbra, hai visto la luce e hai capito di amarmitanto; ma ehi, qui c'è bisogno di un cerotto e di una cura un po' più lunga di una manciata di ore.
Ma va bene così. Nessun sarcasmo.
Chissà quanti ne ho fatti io di errori con te, per cui, ehi bellezza, ci sta.
Detto ciò, passiamo oltre.
Adesso che la logica ha preso il sopravvento, io penso solo che sei stata scema.
Scema e scema.
Cazzo, ero nelle tue mani, completamente nelle tue mani; e non te ne sei accorta manco per sbaglio. Avresti potuto portarmi un altro ovettokinder e prendermi per mano, e tirarmi verso di te, con pazienza, e cura, e cioccolato al latte.
Avevo bisogno di questo, perché ero tuo.
E già ti immagino scuotere la testa e dire nonècosì. Ma qui lo scrivo. Così è chiaro, spero. Scema.

E invece è andata così, e vaffanculo a noi.
E come si dice: si tiene botta, si ascolta musica ad alto volume e ogni tanto si guarda il calendario e si attende la prossima stagione.
Dicono che farà caldo in estate.
Molto interessante e, ti dirò bellezza, sono a corto di magliette corte; forse ne comprerò una di qualche gruppo musicale. Comepiaceate.
Nessun sarcasmo.
Solo tanta di quella amarezza da non sapere dove metterla, se non su questo blog che sembra scritto da un esordiente.
Che tra l'altro, è proprio quello che sono.
Nessun sarcasmo.




L. Lama


 

giovedì 5 maggio 2016

TUTTO SOMMATO (rubrica)



Tutto sommato erano considerati una coppia relativamente felice, una di quelle di cui spesso si mormora che stanno per dividersi ma che non si dividono mai, e, come diceva la cronaca mondana, stavano aggiungendo più di un pizzico d'avventura alla loro molto invidiata e immortale storia d'amore con un safari in quello che era noto come il Continente Nero finché i Martin Johnson non lo illuminarono sui tanti schermi cinematografici dove davano la caccia al Vecchio Simba, il leone, al bufalo, a Tembo, l'elefante, e inoltre raccoglievano esemplari per il Museo di storia naturale. 
Quella stessa cronaca mondana aveva detto, almeno tre volte, che i due coniugi "erano ai ferri corti", ed era vero. Ma si erano sempre riappacificati. 
La loro unione poggiava su solide basi. Margot era troppo bella perché Macomber divorziasse da lei e Macomber aveva troppi soldi perché Margot si decidesse a lasciarlo.

* * *

"Il peggio che ti possa capitare è che qualcuno ti ammazzi,"
"Come dice?"
"Shakespeare. Bellissime parole. Vediamo se riesco a ricordarmele. Oh, bellissime. Una volta me le ripetevo sempre. Vediamo".
In fede mia, non m'importa; un uomo non può morire che una volta; una morte dobbiamo a Dio e vada come vuole, chi muore quest'anno non dovrà farlo quello successivo.
"Bello, eh?"
Era imbarazzatissimo per aver tirato fuori quella che era un po' la sua regola di vita, ma aveva già visto degli uomini diventare maggiorenni ed era sempre una cosa che lo riempiva di commozione. Non era come se avessero compiuto semplicemente il loro ventunesimo anno.


Tratto da: I quarantanove racconti (E. Hemingway)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri)