giovedì 31 dicembre 2015

"NESSUNO SA DOVE SIAMO" (rubrica)




"Nessuno sa dove siamo" disse Piggy. 
Era più pallido di prima e senza fiato. "Forse sapevano dove andavamo e forse no. Ma non sanno dove siamo, perché non siamo giunti a destinazione". 
Restò un momento a guardarli a bocca aperta, poi barcollò e si sedette. Ralph gli riprese la conchiglia.
"È questo quello che volevo dire," continuò "quando voi tutti, tutti..." 
Fissò le loro facce attente. 
"L'aeroplano si è abbattuto in fiamme. Nessuno sa dove siamo. Può darsi che si stia qui molto tempo."

Il silenzio era così completo che si poteva sentire come a Piggy mancava il fiato e poi gli tornava. Il sole penetrava di sbieco sotto le palme e indorava metà della piattaforma. La brezza, che fino ad allora aveva scherzato sulla laguna, ora trovava la sua strada sulla piattaforma e penetrava nella foresta. Ralph scosse indietro il ciuffo di capelli biondi che gli pendeva sulla fronte.

"Dunque può darsi che si stia qui molto tempo."
Nessuno disse nulla. D'un tratto egli fece una smorfia allegra.
"Ma questa è un'isola magnifica. Noi - Jack, Simone ed io - siamo saliti sulla montagna: è fantastico. C'è da mangiare e da bere, e..."
"Rocce..."
"Fiori blu..."
Piggy, rimessosi in parte, indicò la conchiglia che Ralph aveva in mano, e Jack e Simone tacquero. Ralph continuò.
"Mentre aspettiamo, possiamo anche divertirci, su quest'isola."
Prese a fare dei gran gesti.
"È come in un libro."


Il Signore delle Mosche (W. Golding)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri)

giovedì 17 dicembre 2015

CITAZIONE 053 (rubrica)




C'è una signora che è sicura che sia oro tutto quel che luccica
e sta comprando una scala per il paradiso,
quando vi arriverà sa che se tutti i negozi sono chiusi,
con una parola può ottenere ciò per cui è venuta
e sta comprando una scala per il paradiso.

C'è una scritta sul muro
ma lei vuole essere sicura,
perché, come tu sai, talvolta le parole hanno due significati.
Su un albero vicino al ruscello c'è un uccello che canta,
talvolta tutti i nostri pensieri sono sospetti,
e questo mi stupisce, e questo mi stupisce.

C'è una sensazione che provo quando guardo a Ovest
e il mio spirito grida di andarsene,
nei miei pensieri ho visto anelli di fumo attraverso gli alberi
e le voci di coloro che stanno in piedi a osservare.
E questo mi stupisce,
e questo mi stupisce davvero.
E si mormora che presto
se tutti noi intoniamo la melodia,
il pifferaio ci condurrà alla ragione e albeggerà un nuovo giorno
per coloro che aspettavano da lungo tempo
e le foreste risponderanno con una risata.

E questo mi stupisce.

Se c'è trambusto nella tua siepe
non ti allarmare,
è solo la pulizia di primavera per la festa di Maggio.
Sì, ci sono due strade che puoi percorrere
ma a lungo andare, c'è sempre tempo per cambiare strada,
e ciò mi stupisce.
La tua testa ti ronza e il ronzio non se ne andrà,
nel caso tu non lo sapessi, il pifferaio ti sta chiamando per unirti a lui,
signora cara, può sentire il vento soffiare?
Che la sua scala è costruita sul vento mormorante?

E scendiamo in strada,
le nostre ombre più grandi delle nostre anime,
là cammina una donna che noi tutti conosciamo
che risplende di luce bianca e 
vuole dimostrare come qualsiasi cosa si tramuti in oro,
e se ascolti molto attentamente, alla fine la melodia verrà da te
quando tutti sono uno, e uno è tutti
per essere una roccia e per non rotolare via.



E sta comprando una scala per il paradiso.



gruppo musicale: Led Zeppelin 

(dalla rubrica: Citarsi è un po' deprimersi)

giovedì 10 dicembre 2015

HO PENSATO DI ESSERE SCONTATA

Ho pensato di essere scontata e fraintendibile.
Mi sono preparata così a lungo da non lasciare spazio agli imprevisti.
Immagino che sia giusto così: alzare i tacchi e tanti saluti. 
Senza voltarsi dopo tre passi, senza troppi sentimentalisti da soap opera. Voglio credere che sia giusto così e godermi il meritato sollievo.
Forse era da fare prima. 
In tanti spingevano verso quella direzione. Eppure sono riuscita a far passare anni e anni come se fossero una manciata di minuti. 
Ho atteso. 
Anche quando correvo, in realtà stavo ferma, rafferma. Prendevo tempo, devi sapere che sono molto abile a far scorrere le ore senza annoiarmi.
Devo ammettere che ormai è da un bel po' che ho immaginato questo momento, eppure quando è accaduto, credevo di essere maggiormente preparata. 
Non è stato difficile, nessun colpo di scena, solo il lento strascico di una decisione presa da tempo, e che tu, in cuor tuo,  sapevi benissimo che prima o poi sarebbe arrivata.
Ho pensato di essere scontata e fraintendibile.
Allora ho preparato al meglio ogni minimo dettaglio, cercando di non dare spazio a equivoci e di non generare sensi di colpa e/o ripensamenti. Puntavo a esser chiara e convincente. 
E così è stato. 
Per fortuna hai capito subito e hai reso questo addio molto semplice e rapido.
Poi lo sappiamo entrambi che il problema non è adesso, non è la lettera che ti ho lasciato sul tavolo. Le armature sono per dopo, e il dopo non si sa mai quanto è dopo.
Il colpo non provoca dolore, sono le ferite che fanno piangere, sono i lividi che ti ricordano che ci vorranno un po' di mesi per ritornare a sorridere; a leggere un libro senza distrarsi e a guardare un film senza mettere in pausa.
Ho pensato di essere scontata e fraintendibile.
Così, tanto per non impegnarmi più di tanto. Ho preferito essere diretta e schietta.
"Fa più male a me che a te, davvero". 
Quando te l'ho sentito dire avrei voluto insultarti per un giorno intero. 
E poi è successo che è capitato a me. E quindi ho cominciato  a rimuginare su quella frase, come se fosse mia.





L. L.

giovedì 3 dicembre 2015

IN ESTATE DA NOI IL CALDO ERA TALVOLTA INSOPPORTABILE (rubrica)

In estate da noi il caldo era talvolta insopportabile. 
La calura veniva assorbita a regola d'arte dal cemento, dall'asfalto e dalle pietre, e rifranta fuori. Un paio d'alberi miseri non facevano nessuna ombra. E il vento veniva frenato dai casermoni. 
Non c'erano né una piscina né una vasca per bambini. Solo una fontanella nel mezzo dello spiazzo di cemento. Lì qualche volta sguazzavamo e ci spruzzavamo. Naturalmente era vietato e presto fummo cacciati via.
Poi venne il periodo in cui volevamo giocare con le biglie. Ma dove lo trovi un posto a Gropiusstadt nel quale si possa farlo? Non si può, infatti, giocare con le biglie sul cemento, sull'asfalto o sui prati genere "vietato l'accesso". 
Nello spazio giochi neanche. Perché per le biglie ci vuole un terreno solido nel quale si possono scavare piccoli buchi.
Trovammo una pista da biglie quasi ideale. Sotto gli alberi di acero che avevamo piantato da noi. Affinché gli alberelli non soffocassero sotto l'asfalto, avevamo lasciato per loro un buco tondo aperto. La superficie circolare intorno al ceppo era di terra solida, pulita e lavorata liscia col rastrello. Assolutamente l'ideale per le biglie.
Solo che ora, quando ci mettemmo a scavare le nostre piccole buche per le biglie, non solo avevamo addosso i portieri, ma anche i giardinieri. Venivamo continuamente scacciati con le più orribili minacce. Un giorno questi che ci cacciavano ebbero purtroppo una buona idea. Non pareggiavano più la terra dell'aiuola con il rastrello, ma la lanciavano tutta rivoltata. 
E così si chiuse con il gioco delle biglie.




tratto da: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Christiane F.)

dalla rubrica: Il giusto degli altri)

giovedì 26 novembre 2015

CITAZIONE 052 (rubrica)





Il tempo apre tutte le ferite e la fiducia,
mi metterà nella tomba, il mondo non è mio,
non tocca a me salvare il mondo.
Non posso permettermi di perdere ciò che tu rivendi,
che tu butti via.

E non so nemmeno io cosa ci vorrebbe
per conoscere me stesso.
Ho bisogno di cambiare, non so come,
non rinunciare a me adesso.

Non è quello che facciamo
è quello che facciamo, è quello che ci sentiamo
che prende tutto quello che hai,
guarda giù e sussurra al diavolo: niente da fare!
E io non voglio combattere,
non voglio combattere la guerra di mio padre.
Si può aspettare tutta la vita
non sapendo cosa si sta aspettando.

E non so nemmeno io cosa ci vorrebbe
per conoscere me stesso.
Ho bisogno di cambiare, non so come,
non rinunciare a me adesso.

cantante: Ben Harper 
(dalla rubrica: Citarsi è un po' deprimersi)


giovedì 19 novembre 2015

TUTTO È PROVVISORIO (rubrica)

Tutto è provvisorio: l'amore, l'arte, il pianeta Terra, voi, io. La morte è talmente ineluttabile che coglie tutti di sorpresa. Come sapere se questo giorno è l'ultimo? Crediamo sempre di avere tempo. E poi, di colpo, puf, non ci siamo più, fine del tempo regolamentare. La morte è l'unico appuntamento non segnato sul vostro organizer.

Tutto si compra: l'amore, l'arte,  il pianeta Terra, voi, io.
Scrivo questo libro per farmi licenziare. Se mi dimettessi, non beccherei l'indennità. Mi tocca segare il confortevole ramo su cui sto appollaiato. La mia libertà si chiama sussidio di disoccupazione. Preferisco essere sbattuto fuori da un'impresa che dalla vita. PERCHÉ HO PAURA.
Intorno a me i colleghi muoiono come mosche: idrocuzione in piscina, overdose di cocaina fatta passare per infarto del miocardio, jet privati che si schiantano, capriole in cabriolet.
Ora, questa notte ho sognato che affogavo. Mi sono visto affondare, carezzare le mante, con i polmoni pieni d'acqua. Lontano, sulla spiaggia, una bella donna mi chiamava. Non potevo risponderle perché avevo la bocca piena di acqua salata.
Annegavo, ma non gridavo aiuto. E tutti facevano la stessa cosa. Il mare era pieno di nuotatori che affogavano senza invocare soccorso.
Penso sia ora che lasci tutto perché non riesco più a stare a galla.
Tutto è provvisorio e tutto si compra.
L'uomo è un prodotto come gli altri, con una data di scadenza. Ecco perché ho deciso di andare in pensione a 33 anni. Pare sia l'età migliore per resuscitare.






tratto da: Lire 26.900 (di F. Beigbeder)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri)

giovedì 12 novembre 2015

COME IL MONOSSIDO DI CARBONIO




Come il monossido di carbonio. 
(La tua particella)

Questo sei per me.
Sapevo che a scuola le ore di chimica prima o poi mi sarebbero tornate utili.
E così, dopo aver sbirciato un libro di narrativa e uno di filosofia, ho trovato soluzione e poesia in un vecchio e impolverato libro di chimica.
E questa volta, la scienza che studia la composizione della materia, ai miei occhi è parsa come poesia allo stato puro.
E caro mio, te la dedico questa poesia, ogni verso è per te. La mia arte pullula e zampilla grazie a te.

Sei come il monossido di carbonio,
ovvero: un gas velenoso,
particolarmente insidioso (in quanto incolore e insapore).
La molecola che gli appartiene,
è costituita da un atomo di ossigeno (che mi prendo)
e uno di carbonio (che mi dai),
entrambi gli atomi sono legati con un triplo legame.
Legame covalente,
legame dativo, detto legame di coordinazione.
Sbilenchi, procediamo respirando questo gas,
e se dono ossigeno, mi ripaghi col gas,
velenoso, fastidioso.
Tu, mio caro,
vecchio, esausto,
monossido di carbonio.

Ecco, spero ti sia piaciuta, perché è una dedica. Per te e per ogni volta che mi hai insegnato a tossire dopo che avevi reso l'aria tra noi pesante, nociva; proprio come il monossido di carbonio.
E tu, da ora, rimarrai quello per me. E adesso che lo so, tutto appare migliore, perché ho fatto i bagagli, e li ho fatti con calma, a differenza delle altre volte, che poi con altrettanta fretta li ho disfatti, senza nemmeno mai uscire di casa. Nemmeno una volta. Ma da oggi c'è una differenza.
La differenza è questa: tu sei chimica, e io sono fisica. Simili, ma troppo distanti per comunicare.

Saluti,
la tua particella.


Luca L.

venerdì 6 novembre 2015

QUIETE D'ESTATE (rubrica)

Quiete d'estate

1.
Il vento si riposa fra i rami
e si culla fino a stancarsi
come da feste lontane si sente
la traccia di un canto che si spegne.

La mia fortuna è andata a dormire
e ride soltanto a metà nel sogno
con guance belle e scarne
e appena un po' con le belle labbra.

Il mio amore si sdraia
nel grembo della mia canzone
e stira le sue sottili membra
e spalanca gli occhi.
Le redini dei miei versi
mi cadono dalle mani,
la mia canzone dirige le sue ali
verso la verde terra del sonno.

2.
Un sole rosso giace
nelle profondità dello stagno,
una farfalla smarrita vola
sopra salici e canne.

Tutto ciò che perse il mio cuore,
coraggio giovanile e pace infantile,
sonnecchia qui fra le canne gialle
in solitudine e in silenzio isolato.

Come un ampio rosso di sera
giace la mia vita e la mia pena
con calma come una barca oscura
sopra la quale veleggiano i miei sogni.

Sul mio animo selvaggio
è stata versata la pace;
ciò che ero e ciò che sono,
si è sciolto in un sogno.





tratto da: Poesie romantiche ( H. Hesse)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri)

venerdì 30 ottobre 2015

CITAZIONE 051 (rubrica)



Tengo il telefono e mi siedo qui,
sto da solo nell'ombra, su questo divano, in cerca di una risposta.
In TV un film di serie B,
e il cucchiaio affonda, nella noia che sale,
come il fumo alla bocca.
In testa un disastro di cose che poi non finisco mai.
No, no, non voglio aspettarti,
già so che non verrai.
No, no.

Il tempo mi passa, più lento del normale,
non ho né la voglia, né un cazzo da fare.
Non lavo la faccia, mi pesa parlare,
non ho né la voglia, né un cazzo da fare.
Potrei stare per sempre così, no, no,
potrei stare per sempre così.

In questi giorni che si inseguono come cani arrabbiati,
mattine seguono notti particolari,
dormiamo ai lati di letti matrimoniali,
gli occhi incollati, gli stati confusionali.
Giorni sbagliati con mattine pacco,
stare in pigiama fino a pausa pranzo,
dentifrici incrostati, nei miei pomeriggi svogliati.
Uscire in tuta? Andare al parco? O mi critichi ogni scelta pacco,
intanto, cibi surgelati, nei miei pomeriggi svogliati.
Nessuno sa se prima o poi funziona,
per questo cerchi un'assicurazione,
nella malinconia dei nostri nomi, scritti in una lavanderia a gettoni.
Siamo soli.

Il tempo mi passa, più lento del normale,
non ho né la voglia, né un cazzo da fare.
Non lavo la faccia, mi pesa parlare,
non ho né la voglia, né un cazzo da fare.
Potrei stare per sempre così, no, no,
potrei stare per sempre così.


cantante: Ghemon

(dalla rubrica: Citarsi è un po' deprimersi) 

lunedì 26 ottobre 2015

DISTANTE UN TIRO DI FUCILE (rubrica)

Distante un tiro di fucile dal fiume che ancora sanguinava, in un posto che si chiamava Bélamas, una nebbia di fatica calò sugli occhi di Tourand, al trentaduesimo sorpasso, e l'automobile scivolò via di lato, come se volesse soltanto andarsene. 
Il bambino gridò, ma senza voce, solo la gola spalancata.
Allora il soldato Dupuy, in licenza, si gettò in mezzo, tra l'automobile e il bambino, giusto per inceppare la linea mortale che il caso stava disegnando e che andava da un mostro a un bambino. 
L'enorme cofano a conchiglia lo sollevò da terra come uno straccio, e prima di ricadere era già morto da eroe.
Deviata dal fantoccio soldato l'automobile si ritrovò in centro alla strada ma come un animale ferito impazzì definitivamente e tagliò di netto verso destra, precipitando cieca tra il pubblico, colpendo a caso.. Poi si seppe che era morto un uomo.
Ma i padri ancora portavano i figli, e le ragazze ridevano nervose muovendosi a gruppi, avanti e indietro, lungo il ciglio della strada. Alle botteghe si restava per ore sulla soglia, a scuotere la testa. E chi veniva a comprare si fermava, e guardava. 
Alcuni scalavano i campanili per vedere dall'alto, perché tutto, quel giorno, sembrava possibile.
Tre milioni di persone, si disse, allineate dalla meraviglia, e ipnotizzate dal miracolo.
Negli uffici di Parigi, a poco a poco, i cablogrammi disegnarono l'immagine di un lungo serpente che scendeva la Francia senza controllo, cieco di furore o di stanchezza, schizzando veleno a caso, esasperato dalla polvere a dal fracasso della gente.
Mentre sul tabellone di Madrid era ancora tutto un febbrile scivolare di cartelli, pulito e silenzioso, da cui nessuno avrebbe potuto evincere qualcosa d'altro che la giusta animazione di una gara e il fiero alternarsi di vicende sportive. 
Le bande provavano sotto il sole musiche d'ottone, e i primi a ballare ritrovavano passi imparati da bambini con cui assurgevano a inaspettata bellezza. Balleranno con noi, i cavalieri impolverati?, cosa dici, balleranno con noi?, ho giusto un fazzoletto che gli vorrei donare, e in serbo un bacio, da tener prezioso.




tratto da: Questa storia (A. Baricco)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri)

mercoledì 14 ottobre 2015

BANG

Bang. 
Ovvero: storia di un vaffanculo rimasto in canna.

In fondo non ho mai smesso di colpevolizzarmi.
Da quando te ne sei andata, mi sono talmente colpevolizzato che alla fine adesso quasi ho cominciato a provarci gusto. Più che gusto è un retrogusto, amarognolo; ma che dà sollievo, un po’ come alcune birre.
Ieri sera, poco prima di andare a letto, ho passato in rassegna tutte le mie colpe, tutti i miei “Avrei potuto comportarmi così” – “Avrei fatto meglio a fare quello” – “Forse non avrei dovuto…” e via via così.
Nulla di diverso se non nella dinamica e nei tempi, ma stesso copione.
Ecco. 
Poi inaspettatamente mi è accaduta una cosa incredibile, una cosa che non mi era mai successa prima, ovvero: una presa di coscienza, nuova, innovativa. Cosa? Ho finalmente capito: Ho compreso che non era colpa mia. 
Non. Era. Colpa. Mia.
Non era colpa mia...
 
Sembrerà stupido dirlo adesso, a partita terminata, è che non ci arrivo mai subito; anzi, direi che intendo i fatti sempre e solo in ritardo smisurato.
Non è stata colpa mia.
Non è colpa mia adesso.
Sei tu che ti sei comportata male. Niente di più semplice che questo. Sei tu che sei stata pessima. E che ti sia ben chiaro.
Sia inciso sulla parete di casa tua - appena imbiancata.
Hai rimuginato, hai tenuto ogni cosa in sospeso lasciando conseguentemente me appeso. Hai versato lacrime di sfogo e non di sofferenza, hai barcollato senza prendere mai una benché minima decisione, lasciando a me il compito di dare la bastonata finale; cercando così di preservarti un minimo di dignità sentimentale.
Hai indossato l'abito da preda, ma sei stata carnefice.

Non è stata colpa mia. E chissà quante altre volte dovrò ripetermelo per imparare bene la lezione, se mai la imparerò.
E sai che c’è, che questa storia la dedico a te.
"Quale storia?"
Questa: la storia di un vaffanculo rimasto in canna che adesso ha trovato traiettoria tra queste righe. 
Bang!



Luca L.

venerdì 9 ottobre 2015

CITAZIONE 050 (rubrica)



Dammi una luce infiammabile,
sono freddo come un fiammifero
pronto ad accendersi,
quindi vado.
Qui c’è una città in fiamme,
salpo da solo, la risposta è tranquilla,
ora vado.

Comincia con una scintilla
e brucia fino al buio,
ora vado.
C’è un fiume che ho trovato nelle terre selvagge
sotto il terreno, così ci vado.
Un carico su una cordicella
e ascolto tutto,
ora vado.

Oh dolce accensione, sii il mio fusibile
non hai scelta, devi scegliere,
diamo l’arrivederci a ieri
dì addio, sono per strada ma alla fine tutti arriviamo
prima o poi,
quindi vado.

Oh dolce accensione, sii il mio fusibile
non hai scelta, devi scegliere,
diamo l’arrivederci a ieri
dì addio, sono per strada.
Ho buttato via tutto perché
dovevo essere dove non sono stato mai,
ero così affamato che potevo mentire;
ho preso la mia parola, la tua bugia
e le ho portate all'inferno con le mie mani insanguinate,
queste braccia ameranno una band,
li guarderanno nell'acqua di soldi
a cercare un diamante nell'angolo.
Ma non puoi farmi cambiare il mio nome,
non ce la farai a farmi cambiare il mio nome,
non c’è un’attesa valida per qualcosa.
Tutto ciò viene dal niente.

Sono così dannato,
dal nulla,
sei il mio fusibile.
Sono così dannato,
dal nulla,
sei il mio fusibile.

Va, va.
Non puoi farmi cambiare il mio nome,
non ce la farai a farmi cambiare il mio nome,
non c’è un’attesa valida per qualcosa.
Tutto ciò viene dal niente.

Sono così dannato,
dal nulla.
Sono così dannato,


dal nulla.


gruppo musicale: Foo Fighters

(dalla rubrica: Citarsi è un po' deprimersi)

venerdì 2 ottobre 2015

IL VECCHIO RACCONTÒ... (rubrica)

Il vecchio raccontò come, una settimana prima, fosse stato costretto ad apparire a un cercatore di pietre preziose sotto forma di un sasso. L'uomo aveva abbandonato tutto per andare in cerca di uno smeraldo. 
Per cinque anni aveva lavorato in un fiume e spaccato 999.999 sassi alla ricerca di uno smeraldo. A qual punto aveva pensato di desistere, quando gli mancava un solo sasso - solo uno - per trovare lo smeraldo. 
Ma era un uomo che aveva scommesso sulla propria Leggenda Personale e quindi il vecchio aveva deciso di intervenire. 
Si era trasformato in un sasso che era rotolato sul piede di quell'uomo il quale, con la rabbia e la frustrazione dei cinque anni perduti, con un calcio lo aveva scagliato lontano. 
Ma lo aveva lanciato con tanta forza che il sasso, sbattendo contro un'altra pietra, si era spaccato, mettendo in mostra lo smeraldo più bello del mondo.

"Gli uomini scoprono ben presto la propria ragione di esistere", disse il vecchio con una certa amarezza nello sguardo. "Forse è questo il motivo per cui desistono altrettanto presto. Ma il mondo è così".
A quel punto il ragazzo si rammentò che avevano cominciato parlando del tesoro nascosto.
"I tesori emergono dalla terra grazie ai corsi d'acqua, e da questi stessi flussi sono seppelliti", disse il vecchio. ""Se vuoi sapere qualcosa del tuo tesoro, dovrai cedermi un decimo delle tue pecore".
"E non va bene un decimo del tesoro?"
Il vecchio sembrò deluso.
"Se cominci a promettere quanto ancora non possiedi, finirai per perdere la voglia di ottenerlo".





tratto da: L'Alchimista (Paulo Coelho)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri)

venerdì 25 settembre 2015

CITAZIONE 049 (rubrica)



Sono stanco di innamorarmi
trovandolo più facile che disinnamorarmi,
non posso negarlo
lo sento dentro, il fuoco di Cupido
non lo nascondo.

Mi sto innamorando ancora
non c'è niente che io possa fare,
innamorarmi ancora,
ragazza questa volta è di te.
Quando mi innamoro è sempre uguale
e sono molto stanco
di giocare a questo gioco.

È passato molto tempo
da quando ho dato via il mio cuore,
l'ho tenuto serrato,
non voglio che gli venga fatto del male
per cui lasciami dire,
voglio essere sicuro che non mi farai del male,
me lo puoi promettere?

Mi devi dire se mi spezzerai il cuore,
perché non voglio rischiare
e se non è vero, tutto quello che sarà
è nulla ma una storia povera.
Per cui dammi quella promessa per tener duro
e non ti lascerò.
Dobbiamo aver qualcosa per continuare,

te lo dico subito.


cantante: Eagle-Eye Cherry

(dalla rubrica: Citarsi è un po' deprimersi)

venerdì 18 settembre 2015

"FANNO SEMPRE COSÌ?" (rubrica)




"Fanno sempre così?", chiede, quando loro due sono lontani.
"Così come?"
"Tutti quei sorrisi e quei baci".
"Prima no", dice Sofia. "Prima litigavano sempre. È una promessa che si sono fatti, di provare a volersi di nuovo bene".
"Che pacco", dice Oscar, sfregandosi la fronte.
Occupano due lettini nuovi, in una cameretta ordinata da un catalogo solo qualche settimana fa. Dovendola pagare per i prossimi tre anni, Rossana e Roberto hanno pensato al futuro e l'hanno scelta doppia. Da un po' di tempo parlano di fare un altro figlio.
"E quelle cos'erano?", chiede Oscar.
"Quelle cosa?"
"Quelle poesie che dicevate".
"Intendi le preghiere?"
"Sì. Le preghiere".
Sofia si volta e osserva il suo profilo nel buio.
Non ha mai conosciuto nessuno che non sapesse cosa sono le preghiere.
Dalla finestra socchiusa arriva la voce di Roberto: dev'essere uscito per innaffiare il prato e ha incontrato un vicino.
"Servono a parlare con Dio", risponde, dopo aver scelto con cura le parole.
"E cosa gli dite a Dio?"
"Prima di tutto grazie. Lo ringraziamo per quello che ci dà e gli chiediamo scusa se abbiamo fatto qualcosa di male. E poi, se abbiamo un desiderio speciale, gli chiediamo per favore di realizzarlo".
"E lui lo fa?"
"Certo", dice Sofia, e subito sa di aver dato una risposta affrettata. C'è la questione della volontà di Dio. È più complicato di così, però non ha il coraggio di ritrattare. Sente suo padre salutare il vicino e aprire il rubinetto dell'acqua.
"Figo", dice Oscar, mentre un buon odore di terra umida sale fino a loro dal giardino.


tratto da: Sofia si veste sempre di nero (P. Cognetti)

(dalla rubrica: Il giusto degli altri)

giovedì 10 settembre 2015

QUANTO TALENTO



Quanto talento.
Oggi riflettevo su questo: ormai è diventato penoso il nostro nessun-contatto. E poi ho sorriso.

Mi capita sovente di sorridere quando sono particolarmente e profondamente triste per qualcosa, per qualcosa di irrecuperabile. E poi fischietto, davvero, non lo dico per fare l'ironico; chissà perché!
Sorrido e fischietto, e dentro frano.
Eppure la giornata era iniziata bene: 8 ore di sonno, bel clima e la scritta in arrivo appena giunto alla fermata del tram.
Poi è successo che sono tornato a casa e - pulendo qui e riordinando là - ho trovato un vecchio foglio A4, tuo, donato a me.
Volendo riuscirei a immaginarmi perfettamente l'odore di tempera tra le tue dita con le unghie mangiucchiate e un pochino colorate da smalti di diverse tonalità e qualità.
Ecco, su quel foglio c'è un disegno e tre righe scritte. Credo che l’ultima riga fosse una citazione, oppure tutta farina del tuo sacco. Non so. Secondo me è un tuo pensiero, ma è una personale opinione. Non ho mai capito il motivo, però mi è sempre piaciuto associare a te tutte le belle frasi che mi hai donato, anche quelle che sembrano scritte da Whitman o da Emily Dickinson. E se le hai donate a me, allora proprio sono tue; indiscutibilmente.
E poi - a differenza di quello che hai sempre pensato di te stessa - ho sempre pensato che fossi brava, che fossi piena d'arte e di poesia.
E tu abbassavi sempre il prezzo, trattavi sul tuo valore, lo scontavi come “Una cosina buttata lì”. Sono pronto a scommettere che anche adesso fai così, a fare spallucce quando si parla della tua arte, a dire “Fa nulla” di fronte a un incoraggiamento, a sussurrare “Fin troppo buoni” davanti ai complimenti.
E ammetto che detestavo questa tua convinzione a non reputarti abile, perché non regalo facilmente complimenti. E tu eri davvero talentuosa.
Un talento enorme, per quanto mi riguarda, nel mio piccolo, per quel poco che ne capisco.
Ma alla fine sei molto capace anche di buttare tutto all'aria, soprattutto quando si parla di te. E lasciamelo dire: è un peccato. Certo, leggendo queste righe plausibilmente bisbiglierai “Chissenefrega. Non è poi così vero quello che scrivi. Tanto ormai…”.
E detto fuori dai denti, se non frega a te, chissà perché dovrebbe importare a me. Sai, mi importa così poco che ho deciso di scriverci su, e addirittura pubblicarlo.
Che talento che avevi! E chissà se scrivi/disegni/reciti/studi ancora… Chissà se ti perdi nei libri per poi ritrovarti con la testa tra le nuvole. Chissà.
Ogni tanto qualcuno che conosciamo entrambi mi dice che ti stai sprecando.
Ma quasi non ascolto. Perché può essere un punto di vista errato, oppure veritiero, ma non è questo il punto.
E su di te non voglio accumulare punti di vista. Mi basta il mio, anche se ormai piuttosto obsoleto, alterato, danneggiato; però me lo tengo stretto, perché so essere un ottimo conservatore, e desidero conservare quell'immagine che ho di te, anche se sbiadita, anche se di parte, anche se valorizzata alzando il prezzo alle stelle. Non che non lo sappia. 
Ma è giusto così, se tu deprezzi, stai pur certa che indosserò gli abiti del miglior mercante.

Dicevo, adesso che purtroppo abbiamo un degno e assodato nessun-contatto posso prendermi tutto il tempo per fischiettare e sorridere così a lungo da deprimermi il giusto. Quel giusto che permette di produrre queste righe. E mentre scrivo, all'improvviso… nulla.
Non è accaduto nulla. Ed è l'unica certezza di questo 2015.
Ripiego il foglio A4, ci sarà un tempo per buttarlo, ma quel tempo non è oggi. 


Luca Lama