La pioggia trasforma piazze e strade in caverne allagate e scroscianti che comunicano attraverso le gallerie secche della metropolitana. Matteo sbuca dal sottosuolo tiepido dell'acquario freddo del corso e impiega un quarto d'ora a trovare Sonia in mezzo alla gente. Gli striscioni ciondolano fradici sfiorando il selciato. Percussionisti ostinati tormentano le pelli dei tamburi al riparo di cerate trasparenti. Sonia cammina sotto un ombrellino bordeaux e nero con disegni e manico rococò. Matteo la avvista, incongrua e perfetta, e la raggiunge con calma, per guardarla senza che lei se ne accorga.
A metà corteo sono zuppi, la stoffa dell'ombrello non fa altro che polverizzare la pioggia in goccioline che penetrano ovunque. La folla rallenta, poi si arresta del tutto. Ci si alza sulle punte, s'allungano i colli per vedere cosa succede più avanti. Arriva qualche slogan rauco reso incomprensibile dal diluvio. Un anziano col berretto da ciclista riferisce a Matteo e Sonia che più avanti si fronteggiano le forze dell'ordine e un gruppo di manifestanti che lui definisce 'autonomi', ma "adesso li convinciamo a lasciar perdere".
Dovresti magicamente comparire qui, di fianco a me, accanto
a quel calorifero (sì, ricordo perfettamente che in inverno spiaccicavi il tuo
culo sul quell'angolo di casa per trovare calore).
E per una volta te ne stai zitto, e mi ascolti.
Solo che - non so perché - dovresti materializzarti qui
adesso. Perché poi non va bene, non funziona; è fuori contesto.
Per cui adesso ripeto il tuo nome e tu fai puf, e compari
stupendo come solo tu puoi essere.
È che sono fatta male: quando penso di
esprimere una carineria, parto da lontano, molto lontano. E intorno comincio a
seminare frasi, poi le coltivo e poi quando ho la parola giusta da dire… si è
fatto tardi. E probabilmente tu hai già detto – senza volerlo – una frase che a
me ha dato fastidio. E allora poi mi fisso su quella sillaba, e non vedo più il
seme, l’orto e il giardino delizioso che avevo in serbo per te.
È che sono fatta male. Ma vorrei essere
fatta meglio. Però do il meglio di me quando sto così male.
E allora adesso tu vieni qui. Vai vicino
a quel vecchio calorifero, e ti becchi tutto quello che ho da dirti.
Però se non vieni, se non sbuchi magicamente, tutto
verrà vanificato; e io domani rimetterò i miei panni di sempre, e tutto sarà
come se mai avessi pensato di volerti nella mia stanza, appoggiato a quell'arrugginito calorifero.
E poi sono un po’ sbronza, colpa del
secondo giro, oppure del chupito finale; me lo offre sempre il proprietario del locale.
Io dico di no, lui insiste. Io dico no grazie, lui persiste. Io dico no dai
grazie, e lui intanto versa il rum nel bicchierino. Resisto qualche altro secondo e
poi butto giù. Lo faccio solo perché nella mia testolina bacata penso che lo
offenderei, e io non voglio. Solo che non mi piace il rum, mi fa schifo così
liscio e poi… ops, sto divagando!
Stavo dicendo: muoviti ad arrivare qui!
Altrimenti questo momento passa, e – lo sa solo Dio – proprio in questo momento
ho trovato le parole giuste da dirti, le ho qui con me, proprio adesso e non
posso perderle solamente perché tu non senti che ti sto chiamando con la mente,
e con il cuore. Cristo Santo. Non lo senti il battere del mio cuore. Non lo senti
scandire il tuo nome. Quanto fottutamente sordo sei?! Sei scemo. E sordo. E
scemo. Cazzovaffanculo.
Tre. Due. Uno. Mezzo. Un quarto. ......... Mi senti? .........!
Uffa. Merda.
È che domani mi sarò dimenticata queste
quattro parole che ho in gola da dirti, da confessarti. Tra un’ora sarà tutto svanito. E tu brutto scemo, non lo saprai mai.
E allora ho pensato di scriverti.
Chissà mai che un giorno capisci quanto
sono tua, nonostante le apparenze.
E ti aspetto, anche se come mago sei una
schiappa. Anche se come illusionista sei una frana. Come cavaliere non ne parliamo nemmeno. E poi non dimenticare che
sei sordo, ah sì, questo te l’ho già detto.
Adesso scrivo queste quattro parole.
……
…………….
……
……e.
Pensavi fosse così semplice, eh?! Scemo.
Riempile, se combaciano sarò tua, per sempre.
Rilancio e dico che l'Italia è un mercato facile perché la gente compra in massima parte cose di cui non ha bisogno salvo poi rompere il cazzo perché non arriva a fine mese, che ormai sono disposti a pagare a rate per qualsiasi cosa pur di avere l'ultimo oggetto inutile che li fa sentire invulnerabili, che non capisco quindi come sia possibile non riuscire a fare bene marketing in Italia.
* * *
Il Big Sur è un bar arrabattato sulla spiaggia che non vale uno stabilimento di Cesenatico, fa schifo ma è riuscito a convincere tutti che la sua lerciosa merdosità è in realtà una gran scelta alternativa. E quindi fashion. E quindi tutti là. E quindi acceleratore di particelle neuronali. E quindi sinfonia di sterco abbronzato. E quindi perdenti ovunque. Il mondo è vostro.
tratto da: Fuffa (di Alessandro Militi) dalla rubrica: Il giusto degli altri